La leggenda di Feminis

La data di nascita dell’italiano Giovanni Paolo (Paul) Feminis è sconosciuta. Egli morì nel 1736 a Colonia.

La famiglia di Feminis poteva essere annoverata tra quelle famiglie molto povere, i cui bambini già in tenera età emigravano in Germania e Francia come spazzacamini.

Dopo essere stato a Rheinsberg e a Mainz, Feminis arrivò nel 1694 a Colonia, per lavorare come assistente presso sua zia. Il negozio di quest’ultima, che Feminis ereditò dopo la sua morte, vendeva tra gli altri articoli anche acque alcoliche come “Eau admirable/ “Aqua mirabilis”. “Aqua mirabilis” (come “Eau de Toilette”) era la denominazione utilizzata per indicare le acque alcoliche prodotte in Italia fin dal 1500. Feminis non ha mai prodotto Eau de Cologne, nè tantomeno l’ha inventata.

La leggenda riguardante Feminis è stata creata dagli imitatori di Eau de Cologne cinquanta anni dopo la sua morte. Questi ultimi hanno cercato di dimostrarla nei modi più bizzarri, per esempio:
– tramite un’abilitazione che l’Università di Colonia avrebbe rilasciato nel 1727, ma che apparve per la prima volta a Parigi e soltanto in seguito, quando l’università di Colonia fu riaperta dopo l’occupazione francese, anche a Colonia. Come documentato, nessuna delle firme nel documento corrisponde ai nomi di alcun rettore dell’univesità di Colonia.
– tramite un quadro del 1809 che porta il nome di Feminis, ma che in realtà rappresenta Monsieur Dinocheau, fondatore della chiesa Saint Roche a Parigi. Il nome dell’italiano è stato infatti indebitamente aggiunto in seguito.

Le presunte donazioni di Giovanni Paolo Feminis

Dott. Karl Kempkes

Le presunte donazioni di Giovanni Paolo Feminis

Sommario:
Nel seguente saggio si mette in dubbio la convinzione che Giovanni Paolo Feminis (data di nascita ignota, morto nel 1736 a Colonia) fosse in possesso di una straordinaria ricchezza, idea basata sulle sue presunte cospicue offerte a favore di opere pubbliche realizzate a Santa Maria Maggiore, sua patria natale. Per esempio il fatto che Feminis abbia donato 60.000 Lire Imperiali per la ricostruzione della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore viene citato da più storici, tra cui de Maurizi. Quest’ultimo fa riferimento allo Scaciga, che a sua volta si ricollega al Cavalli: egli, nel suo “Cenni statistico e storici de la valle Vigezzo” (1845), riporta quest’informazione senza indicare alcuna fonte o prova che la dimostri. È peraltro impossibile riferirsi ai documenti originali e al carteggio del Feminis, andati distrutti in circonstanze misteriose. Tuttavia, attraverso l’analisi di alcuni libri di corrispondenza del tempo, ancora oggi conservati nell’archivio della Casa Profumiera di Colonia “Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz”, si giunge alla stessa conclusione di Mönckmeier-Schaefer: Feminis elargisce soltanto 100 dopie (pari a 2.500 lire) alla cassa comune istituita da Joahnn Maria Farina e altre personalità originarie di Santa Maria Maggiore; ne promette poi altre 100, che però né lui né la sua vedova devolveranno mai, suscitando grande delusione nei promotori dell’iniziativa. Tutte queste informazioni sono ricavate dalle lettere in cui Johann Maria Farina racconta dei suoi ripetuti e vani tentativi di convincere Feminis a contribuire più generosamente alla raccolta fondi.

1. Cosa bisogna accertare riguardo alla “stranamente cospicua ricchezza del Feminis” e alle sue fonti?
2. Quali riflessioni mettono in dubbio il collegamento tra questa “ricchezza” e la produzione di Acqua di Colonia?

Le presunte donazioni del Feminis a favore della sua patria costituiscono l’argomentazione più importante di chi sostiene l’esistenza di questa grande, straordinaria ricchezza.
“Santa Maria Maggiore e Crana, 1928” di G. de Maurizi si considera come fonte di tale affermazione, in particolare il seguente passo: “Concorse con 60.000 lire imperiali all’erezione dell’attuale chiesa di Santa Maria”. Tuttavia Maurizi fa riferimento a “Vite di Ossolani illustri” di Scaciga, che a sua volte si basa su “Cenni statistico e storici de la valle Vigezzo” di Cavalli. Quest’ultimo riporta la suddetta informazione senza riferirsi ad alcun predecessore, ma anche senza fornire alcuna prova d’altro genere che la dimostri.
Pertanto non dovrebbe proprio la presunta distruzione dei documenti originali e del carteggio del Feminis che a essi si riferisce riaccendere l’interesse nella questione dell’origine delle affermazioni del Maurizi e del Cavalli riguardo alle 60.000 lire? Non si tratta di scrittori contemporanei! Feminis morì nel 1736 e il libro del Cavalli uscì nel 1845!
Inoltre è evidente come tutti questi autori ignorino completamente le informazioni fornite da Mönckmeier-Schaefer, che attribuisce a Feminis soltanto un contributo pari a 100 dopie (= 2.500 lire) per la costruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore.
In un paragrafo di questa trattazione (“Feminis e gli scrittori italiani del 19º secolo”) si parla dettagliatamente sia di Cavalli, sia dei suoi scritti riguardanti Feminis. Qui si nota che Cavalli indirizza le sue brevi considerazioni storiche in veste di “lettera aperta” a un destinatario ben preciso, ossia Jean Marie Farina (Parigi), e che non si tratta di considerazioni storico-scientifiche, bensì soltanto dell’esposizione di “elementi” adatti al raggiungimento di uno scopo prestabilito, vale a dire un’adeguata donazione per la realizzazione di un ospedale per i poveri di Santa Maria Maggiore!
Il fatto che non solo i documenti originali riguardanti le donazioni, ma anche l’intero carteggio a esse riferito siano scomparsi non si spiega con la presenza di un amministratore commerciale infedele o con l’ipotesi di appropriazione indebita, bensì molto probabilmente con l’intenzione di una persona ben precisa di reinterpretare in un secondo momento i fatti storici!
Benchè la sparizione del carteggio sia avvenuta in Italia, i libri di corrispondenza del tempo, ancora oggi conservati nell’archivio della Casa Profumiera di Colonia “Johann Maria Farina gegenüber dem Jülichs-Platz”, mettono esaurientemente in luce le effettive circostanze riguardanti le donazioni per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il 12 maggio 1733 Giovanni Maria Farina, manifestando grande interesse alla ristrutturazione della chiesa parrocchiale del suo paese natio, scrive a suo cugino Guglielmo, ai tempi residente ad Aachen, di aver incontrato Feminis e di avergli accennato alla sua intenzione sostenere la parrocchia attraverso offerte. Feminis stesso avrebbe in quell’occasione espresso la sua volontà di devolvere 100 dopie a tal scopo.
(… „avanti Jeri o fato incontro del sig.feminis aueme parlato insieme fra altro atorno sa bona volonta che a di munurare la nostra chiesa si e datto dintendere astengers p sine alla soma die 100 dopie“)
A quanto pare, tuttavia, Feminis non sembra molto entusiasta dell’iniziativa annunciata da Giovanni Maria Farina: quest’ultimo, infatti, prega suo cugino Guglielmo di recarsi al più presto a Colonia per aiutarlo a convincere il Feminis.
(„seconda la parenza se ne va al grangalopo piliate gesta cosa al vore e non perdete tempo quando douersi uenire qui a posta”)
Allo stesso tempo Farina esorta il cugino a non scoraggiarsi e continuare a fare offerte come in precedenza.
(„non ni deue rinchresere in mentre muerete agualmente merito auanti.“)
Il 27 maggio 1733 Farina scrive a Barbieri (Bruxelles) di essere stato da Feminis con suo cugino Guglielmo e di avergli descritto la pericolosa situazione della chiesa parrocchiale, riferendosi alla possibilità che quest’ultima crolli in assenza di un sollecito intervento.
(„..a poi ui losapere dire intra me et il cogine Guilelmo auemo dato a conosere a questo sig. feminis che la nostra chiesa parochiale di sta matiene necesita desere riperata fra altro che in un corto loge come mi pose spiegare e degia crapata e se non si porta rimedio che in poco tempo cuore rischio di caschare.“)
Più avanti Farina accenna a ciò che Feminis gli ha promesso due giorni prima, vale a dire la sua intenzione di devolvere 100 dopie nel caso venga intrapresa un’azione collettiva.
(„auanti jieri o fatto incontro del sudeto oue che mia promeso che p.una opera similie a risolto p.sua parte di astengersi p.sine a 100 dopie.“)
Poichè Feminis vincola una sua eventuale donazione all’esistenza di un’iniziativa comune, Farina nella lettera propone di informare subito le onorificenze e i sindaci della situazione della chiesa e di pregarli di inviare una sorta di petizione a tutti i nobili patrioti del paese, in modo da ampliare il raggio d’azione della “colletta”.
(„p.auer da questo sudeta soma bisogna scriuere di subito alla patria a nostri SS.Corati e sindici di sud chiesa che ui mandano a voi e a altri gelantomini patrioti che in questo paesi si ritrovano una spezie di suplica che si richie de agiuto da questi nos patrioti abitanti in questo paesi p far sudeto opera.“)
Il 31 gennaio 1736 Farina scrive a Barbieri (Bruxelles) di aver ricevuto dal suo paese una lettera riguardante la chiesa parrocchiale. Qui si afferma che servono 25.000 lire per i lavori di ristrutturazione più urgenti, ma che ce ne sono soltanto 15000 nella cassa, cosa che ha provocato non poco imbarazzo. Farina dice di aver riferito questa notizia a Feminis, il quale ha promesso ancora 100 dopie.
(„.. ui hano scrito dalla patria atorno la nostra chiesa anche ame mi hanno scrito il med. et ne o fato il riporto a questo sg.feminis con dirgli che nesta acordata p uinti cinque miglia Lire e si come non auemo in cassa che li 15000 siami imbarasati mi a promeso che fara pr anche cosa, mi soponge che sara p. anco 100 dopie.“)
Il 3 luglio 1736 Farina scrive al Barbieri di non aver ancora ricevuto alcune infornazioni sicure da Feminis riguardo alla sua ulteriore offerta.
(„atorno la nostra chiesa ancho noi aueme auisa che ua auanzando poi a questo Sig.feminis p.sine al presente non posio da luy cauarne una certutuda.“)
Il 24 agosto 1736 Farina comunica al Barbieri la sua intenzione di lasciar in pace Feminis riguardo alla questione delle sovvenzioni per la parrocchia.
(„atorno lafara p la nostra chiesa lascio questo sig.feminis di riposo“)
Feminis muore il 26 novembre 1736. La raccolta di fondi per la ricostruzione della chiesa, però, proseguono anche dopo la sua morte! Il 10 ottobre 1737 Farina scrive al Barbieri che suo fratello Carl Hieronymus ha cercato di convincere la vedova del Feminis a devolvere denaro per la chiesa di Santa Maria Maggiore.
(„mio fratt degia Mercordi scorso di ne e ritornato p dusseldorf senza abia con questa uechia p ancho podato optenire fra altro per la nostra chiesa“)
Il 10 gennaio 1738 Farina riferisce che suo fratello ha parlato ancora una volta con la vedova del Feminis per convincerla a comprendere la parrocchia nel suo testamento.
(„mio fratt e stato di nouo qui le scorse Ste feste e in aparenza comincia auer disposto la uechia a far qualche cosa per la nostra chiesa che si fera col suo Tastamento.“)
Il 10 ottobre 1738 Farina comunica che suo fratello è in viaggio per l’Italia e ha con sè del denaro per la ricostruzione della chiesa.
(„mio frattelo auanti il suo diporto p la patria ma imposto di dire al vor.Sig.Stefano che gli a reuisite dauer tirato il Sig.Bernardi a quele che sa bene e per consequenza a portato seco quel dinaro p la nostra chiesa“)
La vedova del Feminis muore il 24 febbraio 1739 e Farina in una lettera al Barbieri del 7 marzo 1739 si dichiara deluso dal fatto che la donna nel suo testamento non abbia lasciato niente per la ricostruzione della chiesa.
(„la uedoua feminis a lasiato p testamento tuto il fato suo a y poueri…..la grande pena che si a dato mio fratello el il Guilielmi pensando di tirare qualche cosa….per la nostra chiesa sono stato tuto inuane“)
Riassumendo i passi delle lettere sopraccitate, si può affermare che:
Feminis viene più volte invitato a fare offerte a favore della chiesa in patria, ma è molto difficile raggiungere risultati concreti a questo proposito.
L’idea di un’azione di supporto non è di Feminis.
Feminis si dichiara pronto a donare 100 dopie (=2.500 lire) a condizione che anche altri partecipino all’iniziativa.
Farina lancia un appello a tutti gli italiani residenti nelle provincie tedesche.
Esiste una cassa per la ricostruzione della chiesa, dove, come documentato, ci sono già 15000 lire quando Feminis ha già devoluto 100 dopie.
Feminis ha in seguito promesso un’ulteriore offerta pari a 100 dopie, che però non è mai avvenuta.
Dopo la morte del Feminis il finanziamento per la ricostruzione della chiesa non è ancora concluso. La raccolta fondi prosegue.
I tentativi di ottenere un’offerta dalla vedova del Feminis falliscono.
Nel 1739, tre anni dopo la morte del Feminis, il testamento della vedova di quest’ultimo non contiene alcun riferimento alla chiesa di Santa Maria Maggiore: ciò provoca grande delusione tra gli iniziatori della ristrutturazione!
Come si deduce chiaramente dalle affermazioni sopraccitate, l’ipotesi che Feminis abbia occupato una posizione di primo piano nel finanziamento della ricostruzione della chiesa è insostenibile.
Qui non si tratta semplicemente di un carteggio del 1733, bensì delle dichiarazioni documentate di un contemporaneo, che non solo è molto interessato alla questione, ma che è in prima persona coinvolto negli eventi e le cui affermazioni risalgono agli anni compresi tra il 1733 e il 1739. Di notevole importanza è la diretta e costante relazione con la patria, mantenuta così viva attraverso le frequenti visite di singoli “attivisti” come Carl Hieronymus Farina e Guglielmi, da rendere molto improbabile l’eventualità che qualsiasi consistente offerta del Feminis sia passata innosservata a questi ultimi. Una donazione del Feminis, peraltro, sarebbe avvenuta “in via strettamente privata”, come dice Utescher, e non direttamente e “anonimamente” attraverso la fondazione collettiva di Santa Maria Maggiore. Inoltre, se l’offerta si fosse effettivamente verificata, sarebbero inspiegabili gli ulteriori tentativi di ottenere donazioni per la ricostruzione della chiesa prima da Feminis e poi presso la sua vedova. Come dettagliatamente dimostrato altrove, “le informazioni fornite da alcuni autori italiani riguardo all’entità delle donazioni e il fatto che nella sacrestia della chiesa si trovi un ritratto di una persona indicata come Feminis e benefattore” perdono tutta la loro forza probatoria alla luce dell’attuale stato degli studi a riguardo.
L’offerta di 60.000 lire da parte del Feminis è soltanto una leggenda. Un tale importo a quei tempi non sarebbe certo passato sotto silenzio, così come un’altra colletta e ulteriori preoccupazioni riguardanti il raggiungimento della somma necessaria sarebbero state superflue, considerato che il pagamento del Feminis sarebbe stato effettuato quando egli era ancora in vita.
In realtà tutte le spiegazioni sono ricavate da Maurizi, come risulta chiaro dall’analisi contenutistica. Cavalli e anche Scaciga, che fa riferimento allo stesso Cavalli, dichiarano soltanto che Feminis fu l’iniziatore della ricostruzione del palazzo comunale e del bell’oratorio di Crana.
(„fece del proprio riedificare la casa del comune ed il bell’ Oratorio di Crana“)
Cavalli quindi si attiene quasi letteralmente all’iscrizione sul cosiddetto ritratto di Feminis, di cui egli più avanti riporta le seguenti parole: „…e del proprio riedificatore dell’Oratorio e casa del Comune di Crana“. La questione del valore storico di quest’iscrizione sarà trattata più estesamente in relazione ai cosiddetti ritratti di Feminis. Qui è piuttosto interessante notare come Cavalli non fornisca alcuna indicazione riguardo all’ammontare della donazione offerta all’oratorio di Crana.
Solo Maurizi (S. Maria Maggiore e Crana, 1928, p.119/20) accenna a un importo di 1000 lire, basandosi su una „convenzione stipulata tra Carlo Gerolamo Farina e Carlo Giglielmi“ – che egli indica come „procuratori del Feminis“ – „e i terrieri di Crana“, il cui testo secondo Maurizi (p. 120) suonerebbe così:
„1743, all‘ 8 di settembre, nelle casa nuova della Communita di Crana, essendosi ivi congreati li uomini della terra di Crana, il sig. Carlo Gerolamo Farina, anche a nome del signor Carlo Guglielmi, ha proposto che vi sono lire dieci mille di Milano, d’oblazione fatta a dai medesimi procurata per riedificare l’Oratorio di Crana e fare un campanile; quale oblazione e stata fatta  ed e pronta con questo che li terrieri di Crana si obblighino di fare le oure per bisognevoli per portare i sassi, sabbia e legnami ed altre oure per transportare materiali bisognevoli per fare detto Oratorio e campanile; che pero detto signor Farina anche a nome del sig. Guglielmi ha interpellato li detti di Crana si intendono di fare le dette oure si o no, accio si possa venire alla riedificazione di detto Oratorio e far il campanile.- Pero, attesta questa oblazione, si obbligano di fare le suddette oure: Pietro Francesco Mattei, Giorgio de Giorgis…“
Il Maurizi definisce questa offerta (oblazione) come una donazione di Johann Paul Feminis e Karl Hieronymus Farina e Carlo Guglielmi come procuratori del Feminis stesso. Tuttavia come è possibile che i “procuratori” non nominino affatto il loro committente, ossia il nobile generoso protagonista di questo accordo (convenzione)? Per ben due volte viene espressamente sottolineato che Karl Hieronymus Farina non contratta solo per sè, bensì anche in nome di Carlo Guglielmi (“anche a nome del signor Carlo Guglielmi”), ma il nome di Feminis non compare mai!
Il fatto che nell’ambito dell’effettiva e documentata donazione del Feminis per la costruzione di una scuola a Santa Maria Maggiore Karl Hieronymus Farina e Carlo Gugliemi compaiano in qualità di “procuratori” non presuppone che si tratti sempre di “fondazioni-Feminis” quando i due vengono nominati nei documenti riguardanti altre donazioni. Il testo della donazione a favore della scuola è il seguente:
„Per Tennore della presente procuram, Jo sotto scrito Costituisco a mio nome li SS. Carlo Guiglielmi e Carlo Gerol. Farina di dimandare et essigere da SS. Gio Batt. Barbieri e compagnie di Bruxelles pag’to della due centi copie prestatoli contra il di luoro biglieto ossia conffeso del 10 8bre 1731 con obligo alli miei sud’e due constituent procurano di rimpiazarle oue gli parera bene ad interreso e con li mad’e interresi di instituire in St’a Maria una scuola a benefitio de poueri Figlij di dela cura di St’a Maria…“
Secondo Utescher, però, (si veda la lettera all’Associazione dei Produttori di Acqua di Colonia v.22.1.53) l’esecuzione di questo incarico a Carlo Guglielmi e Karl Hieronymus Farina ha portato alla seguente dichiarazione, conservata nell’archivio comunale di Santa Maria Maggiore:
„Crana, li 8.9.1743.
Noi sottoscritti Carl Hieronymus Farina und Carl Guglielmi manifestiamo qui l’intenzione di rimunerare il capitale pari a 5000 Lire Imperiali a noi affidato da Johann Paul Feminis, deceduto in data 26.11.1736, al fine di…”.
Qui si sottolineano dunque espressamente le parole:
“…a noi affidato da Johann Paul Feminis…”!
Se si considera la posizione di Karl Hieronymus Farina e Carl Guglielmi nell’ambito dell’iniziativa degli italiani residenti in Germania a favore della chiesa parrocchiale in patria, come accennato nei passi delle lettere sopraccitati, si può comprendere il testo della “convenzione” per la donazione all’oratorio di Crana:
„oblazione fatta a dai medesimi procurata per riedificare l’oratorio“!
Sulla base di un’iscrizione sui ritratti del Feminis, la cui mancanza di valore documentario, come già accennato, sarà dimostrata in altra sede, Cavalli mette in relazione il nome di Feminis con la ricostruzione dell’oratorio di Crana e Maurizi, basandosi su quest’ultimo, collega ovviamente a Feminis la donazione di 10000 Lire citata nella “convenzione”.
Feminis, tuttavia, era giunto a Colonia da Mainz senza denaro. Nel registro delle tasse della “Corporazione dei Bottegai” di Mainz nel 1687 gli viene attribuito un arretrato di due fiorini e nel 1689/90 di tre. Nel libro francese dei contribuenti nel 1689 l’arretrato di sei fiorini si accompagna all’annotazione: “si è trasferito”. Pertanto non sembra proprio che Feminis a Mainz fosse così ricco. Inoltre, analizzando i certificati di battesimo dei suoi figli, si può constatare un’evidente alternanza di parrocchie di Mainz, e cioè “San Quintino” nel 1689, “Duomo” nel 1690 e “Sant’Ignazio” nel 1692.

Feminis e gli scrittori italiani del 19º secolo

Dott. Karl Kempkes

FEMINIS E GLI SCRITTORI ITALIANI DEL 19º SECOLO

Sommario:
Nella seguente trattazione si mette in dubbio il valore documentario delle notizie riguardanti Giovanni Paolo Feminis riportate da tre autori italiani del 19º secolo, vale a dire Carlo Cavalli, autore della prima imponente opera storica sulla Valle Vigezzo, Fr. Scaciga e Giacomo Pollini. Tutti e tre elogiano la figura di Feminis come generoso benefattore della valle e primo fautore della fortuna dell’Acqua di Colonia. Tuttavia l’analisi approfondita delle loro opere e biografie rivela il notevole influsso esercitato sui tre da Jean Marie Farina 1785-1864 (Parigi). Quest’ultimo, ai tempi molto influente nella sua patria Santa Maria Maggiore e in tutta la Valle Vigezzo, si era presentato come erede del Feminis nella produzione di Eau de Cologne e ne aveva quindi diffuso ed esaltato presunte opere di bene, come la presunta donazione di 60.000 Lire alla parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il fatto che non esista alcun documento a riprova di tutto ciò pregiudica l’autenticità storica delle informazioni fornite dai tre scrittori sopraccitati e ne conferma Jean Maria Farina come unica possibile fonte.

INDICE

Introduzione: Jean Marie Farina 1785-1864 (Parigi) e la sua patria italiana. (p.1)

  1. Dr. Carlo Cavalli: “Cenni Statistico-Storici della Valle Vigezzo”, Torino, 1845. (p.1)
  2. Fr. Scaciga della Silva: “Vite di Ossolani illustri”, Domodossola, 1847. (p.5)
  3. III. Dr. Giacomo Pollini: “Notizie Storiche, Statuti Antichi, Documenti e Antichità Romane di Malesco”, Torino, 1896. (p.8)
  4. Conclusione (p.8)

Nell’affrontare la questione del valore storico dei testi riguardanti Feminis compilati dagli scrittori italiani nel 19º secolo bisogna tenere in grande considerazione il fatto che la comparsa dei primi tra gli scritti suddetti si verifica proprio nel periodo in cui Jean Maria Farina (Paris) esercita una considerevole influenza sull’opinione pubblica nella sua patria italiana.
Maurizi riferisce che, durante i lavori alla chiesa [di Santa Maria Maggiore] effettuati tra il 1840 e il 1846, l’allora vicario Ponti emanò un bando pubblico. In questa occasione Jean Marie Farina (Parigi) avrebbe sottoscritto la somma di 4000 Lire, ottenendo così il patronato sull’altare del rosario.
In questa Cappella del Rosario situata all’interno della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore viene onorata la sua memoria per mezzo di una tavola commemorativa munita della tipica iscrizione qui riportata: “A Giovanni Maria Farina di Santa Maria Maggiore, Patrono di questa cappella, straordinario benefattore della Chiesa e degno successore di Giovanni Paolo Feminis – lastra posata dalla popolazione riconoscente nell’anno 1846”.
Quanto riportato sopra dimostra che questo Farina grazie alle sue donazioni abbia goduto ai tempi di una tale stima a Santa Maria Maggiore da veder accolte le sue affermazioni e opinioni molto positivamente.
Qui di seguito si cercherà di stabilire se si possono documentare relazioni tra Jean Marie Farina e gli scrittori italiani che nel XIX hanno fatto riferimento a Feminis, e se sono constatabili influssi di tipo sopraccitato.

1. Dr. Carlo Cavalli: “Cenni Statistico-Storici della Valle Vigezzo”, Torini, 1845.

1) Chi era Carlo Cavalli?
Maurizi riferisce quanto segue riguardo a Cavalli (“S. Maria Maggiore e Crana”, Domodossola, 1928, pp. 22-23):
“Francesco Antonio [Cavalli] fu Carlo Gerolamo (1798-1842) fu prevosto di S. Maria. Un fratello di questi è il celebre storico vigezzino, Carlo, nato in S. Maria Maggiore il 5 dicembre 1799 e morto il 13 dicembre 1860. Laureatosi in medicina e chirurgia nell’università di Pavia, esercitò in patria l’arte sanitaria. Era pur professore onorario di ostetricia all’università di Pavia, e dottore in filosofia e medicina all’università di Torino. Medico valentissimo, scrisse: «Storia ragionata di straordinaria malattia che dura da vent’otto anni», Milano, 1835, pp. 261, e «Storia delle febbre nervoso-maligna che infierì in Valle Vigezzo negli anni 1839-1840», in «Giornale delle Scienze Mediche, Torino, giugno 1844». Ma dove il Cavalli maggiormente rifulse si è nella pubblicazione di «Cenni statistico-storici della Valle Vigezzo», Torino, 1845, in tre volumi: il primo lavoro accurato e serio sulla storia generale della Valle Vigezzo. Fu anche fautore indefesso della carrozzabile Domodossola-Vigezzo; presidente del Consiglio Divisionale Provinciale dell’Ossola e Deputato al Parlamento Subalpino. Era insignito della croce dell’Ordine die Ss. Maurizio e Lazzaro e socio di varie accademie italiane e straniere”.
A giudicare da questa breve biografia Carlo Cavalli era una persona molto legata a Santa Maria Maggiore e a Crana, attiva e poliedrica nella vita pubblica. Il suo “campo d’attività” si spingeva ben oltre i confini della patria natia. Ciò emerge ancora più palesemente dagli atti dell’Archivio Comunale di Santa Maria Maggiore e porta a due importanti osservazioni riguardanti la valutazione della sua attività di storico:
1. Egli non ha avuto il tempo necessario per compilare un’analisi così ampia, vale a dire tre volumi sulla storia della Valle Vigezzo supportati da adeguate e approfondite ricerche storiche. Uno studio piè dettagliato della sua opera conferma chiaramente che si tratta soltanto di una raccolta di notizie e singole descrizioni provenienti da varie fonti (l’uso dell’espressione “…compilati da Carlo Cavalli” nel titolo dello scritto sembra confermare questo carattere di “raccolta, composizione” di diversi dati).
2. Il suo carisma e la sua fama conferirono all’opera un’autorità particolare, tanto che quest’ultima divenne presto la base per gli ulteriori lavori “storici” della valle, senza che si ritenesse necessario verificarne i contenuti.

2) Le relazioni tra Cavalli e Jean Marie Farina (Parigi).
Maurizi afferma nella biografia sopraccitata che Cavalli fosse “…”. La costruzione di questa “strada caregiabile”, ovvero una strada ampia e percorribile da mezzi di trasporto, rappresentava per la popolazione dell’intera valle un avvenimento di particolare importanza. Fino a quel momento esistevano soltanto le strette mulattiere, che in parte si possono osservare ancora oggi sui pendii dei monti, e i piccoli ponti, che collegano le mulattiere in corrispondenza delle profonde gole della “valle dalle cento valli” e sono così stretti da permettere al massimo il passaggio di due animali da soma affiancati. Perfino la costruzione delle strade nei singoli villaggi era conformata a questa situazione generale, tanto che ancora oggi nei quartieri più antichi non è possibile la circolazione dei veicoli. Tutto ciò può costituire un’esperienza romantica per i visitatori della valle, nel caso sappiano interpretare con fantasia le tracce del passato o riescano a immaginarsi i muli e le gerle sulle schiene curve delle donne, a testimonianza della carenza di possibilità di trasporto di quei tempi. Tale situazione stradale, unita al duro lavoro e alla povertà del suolo, significava per la popolazione un’esistenza difficile e spesso anche un invecchiamento e una morte precoci.
All’inizio del XIX secolo si siconobbe la necessità di una strada carrozzabile che attraversasse l’intera valle, collegando Domodossola con Locarno e apportando così un notevole miglioramento alla situazione economica del luogo. Personaggi di spicco della valle si dedicarono con passione alla realizzazione di questo progetto: il Dottor Cavalli fu sicuramente uno dei sostenitori più decisi e tenaci della costruzione della strada, più volte rimandata e minacciata da problemi sempre nuovi. Ancora oggi gli svariati volumi riguardardanti la sua attività sono conservati nell’Archivio Comunale di Santa Maria Maggiore.
Quando si cominciò seriamente la pianificazione dell’imponente lavoro stradale, che avrebbe dovuto affrontare pendenze di diverse centinaia di metri e le tante gole della “valle dalle cento valli”, ci si rese conto che i mezzi disponibili alla comunità non sarebbero bastati e che non c’era da aspettarsi aiuti considerevoli dall’amministrazione provinciale nè da quella comunale.
Tuttavia i promotori del progetto, ormai convinti dei propri intenti, non si lasciarono scoraggiare. Forse memori di come erano stati finanziati i lavori alla chiesa di Santa Maria Maggiore, si rivolsero ai compatrioti emigrati, cercando di finanziare la costruzione della strada attraverso donazioni volontarie raccolte sia all’estero che nella valle.
A questo scopo si nominò un comitato speciale, come riportano i documenti dell’Archivio Comunale di Santa Maria Maggiore:
“La deputazione nominata con Atto Consolare delli 17 octobre 1821 del Consiglio Generale della Valle di Vigezzo portera il nome di Commissione della Strada nova da Domo D’Ossola alla Suizzera Cantone Ticino per la Valle di Vigezzo”.
Successivamente gli atti riportano la struttura di questa commissione, i suoi compiti e la divisione della stessa in due gruppi: “Questa commissione si divide in due sezioni una permanenta nella Valle e l’altra in Pariggi”.
Di queste due sezioni, una costantemente riunita nella valle stessa e l’altra formata a Parigi, interessa qui soprattutto la composizione della seconda. A questo riguardo si legge negli atti:
“Quella di Pariggi e composta dalli SS. Fratelli Trabuchi di Malesco, Gio Batt. e Gio Maria Zio e Nipote Mellerio, Francesco Mellerio e Gio Margaritis di Craveggia e Gio Maria Farina di Santa Maria Maggiore”.
Nel caso tornassero in patria, i membri della commissione parigina avrebbero partecipato alle sedute del comitato permanente, come stabilito nel seguente passo:
“Quall’ora alcuno de membri della commissione di Pariggi si ripatriasse formera parta della commissione permanente”.
Compito della commissione sarebbe stato la raccolta di sottoscrizioni e donazioni destinate a formare una base economica per il finanziamento del progetto stradale:
“L’ufficio della commissione si è collocare sottoscrizione e oblazioni per formare il fondo…”.
Inoltre Jean Marie Farina (Parigi) ottenne l’incarico speciale di occuparsi dei compiti della commissione in Germania:
“Il Sig. Gio Maria Farina inparticolare ha inaltre l’incarico per le soscrizioni ed oblazioni nella Germania…”.
In “Atti diversi della deputazione del Consorzio per la costruzione della Strada Vigezzina” (Archivio Comunale di Santa Maria Maggiore, Vol. 11/II) sono annotate le entrate provenienti da Parigi. In breve tempo si raggiunse qui la somma di 27000 Lire.
Negli atti si riscontra che anche dopo l’inizio dei lavori fu mantenuto un collegamento costante con Parigi. Relazioni su aspetti particolari della questioni o domande specifiche venivano spedite ai “deputati” parigini:
“Raporte dalli deputati della nuova Strada Vigezzina d’Italia alli Sign. Melerio Gio Maria, Fratelli Trabuchi, Farina Gioan. Maria … residenti in Pariggi”.
Nel 1831 Jean Maria Farina si trova a Santa Maria Maggiore e partecipa personalmente ai lavori della commissione permanente. Il 20 settembre 1831, insieme a Guiseppe Anton Borgnis, Cavalli, Peretti e altri “condeputati” di Santa Maria Maggiore, Farina firma una lettera riguardante una questione della costruzione stradale indirizzata al Sig. Alfrazzi di Domodossola. Dopo il ritorno di Jean Marie Farina a Parigi la situazione finanziaria dell’impresa di costruzioni peggiora e all’inizio del 1832 il Dr. Cavalli, in qualità di “Presidente della Deputazione” e su incarico die suoi colleghi, scrive una lunga lettera “incendiaria” a Jean Marie Farina:

“Al Sig. Gio Maria Farina
Pregiatissimo Signore
Malgrado gli sforzi dei nemici della nostra cara patria la strada vigezzina non solo ebbe principio ma venne con calore proseguita sino quasi a loccare il suo termine, mancano infatti poco piu di trecento metri propinquo senza interruzione da Sanzta Maria Maggiore imo al piano dell’Ossola; ma disgrazialamente all’ascesa dell’ultimo gradino ci vediamo mancate le forze. Il fondo delle comuni trovasi oramai essurito; la Provinci anon ci lascia piu speranza di susidio, non avendo, stando l’attuali sistema, alcuno ameno sopravanzo.
Non ci rimane che la confidenza nella patria carita die dovizioni patrizi Vigezzini, i quali non vorrano certamente permettere che vadi deserta un opera cosi utile, incominciala merce le loro fatte largizioni e proseguita sotto i loro favorevol auspici. In tale persuasiva i sottoscritti osano di caldamente interessare l’esperimentato amor patrio della S.V. perche voglia di concerto con codesti buoni patrizi Trabucchi, Mellerio e Bonzani conquiacussi aprire una nuova e volontana sollecitazione presso i dovizioni Vigezzini chi si trovano in codeste capitale e far si che coi loro filantropia sussidii possi finalmente aprire l’asta dell’ultimo tronco e vedere il suo termino la strada vigezzina, che deve formare etrnamente epoca negli annali del nostro paesi nativo e perpetrare nell cuore riconoscente di tutta gusta popolazione la memoria die generosi di lei promolori.
Voglia importanto la S.V. accogliere favorevolmente la domanda die sottoscritti; appoggiarta coll influente di lei patrocinio e cosi doppiamente meritare dalla cari comune patria. Ne ricevi intanto gli anticipati ingraziamenti e le benedizioni degli abitanti di queste luoghi e l’assicuranza per parte dei sottoscritti con cui hanno l’onore dichiarasi
Di V.S. Pregiatissima
Santa Maria 27 feb. 1832”

È superfluo addentrarsi ulteriormente negli sviluppi successivi di questa “asta” per l’opera stradale, poichè dai passi sopraccitati emerge chiaramente il fatto che Cavalli fosse in contatto con Jean Marie Farina (Parigi) e che lo conoscesse personalmente

3) Cosa dice Cavalli di Feminis?
Come conclusione del suo 18º capitolo Cavalli scrive:
“Termineremo questo capo con alcuni cenni biografici di un illustre e benemerito Vigezzino, cioè di Giovanni Paolo Feminis de Crana. Nato egli sul declinare del secolo decimo settimo da onesta, ma non ricca famiglia, recavasi, come suolsi dai Vigezzini, appena passati gli anni infantili, nella Germania per procacciarsi il pane. Colà attese per molto tempo ad un piccolo commercio di minuta chincaglieria girando per le botteghe da caffè e pei luoghi pubblici con piccola cassetta appesa al collo. Dotato però di un in gegno svegliato e di uno spirito investigatore seppe ritrovare il modo di fabbricare in Colonia, ove egli allora dimorava, un’acqua odorosa di tali e così squisite qualità da superare di gran lunga qualunque siasi altra fin allora conosciuta. Allì 13 gennaio 1727 annunciava ed esponeva in vendita la nuova sua scoperta, la quale fu trovata così eccellente, che ebbe immediatamente il suffragio universale, ed il nome di acqua mirabile di Colonia. Egli si è con questo nome che l’acqua preparata dal nostro Feminis si diffuse in tutte le parti del mondo, e che è ora talmente da tutti conosciuta ed usata da rendere inutile qualunque siasi spiegazione”.
Cavalli suppone, quindi, che Feminis abbia inventato la ricetta della sua “acqua miracolosa” grazie alle proprie capacità, che la vendita della stessa sia cominciata il 13 gennaio 1727 e che essa abbia molto presto acquisito la denominazione “di Colonia”. Concludendo la sua trattazione Cavalli si sofferma sulle donazioni del Feminis e scrive:
“ Ben diremo, che Gianni Paolo Feminis fatto in pochi anni ricchissimo non iscordossi della povera sua patria; sovvenne la fabbrica del grandioso tempio di Santa Maria Maggiore col vistoso sussidio di lire sessanta mila: fece del proprio riedificare la casa del Comune, ed il bell’Oratorio di Crana: lego per l’erezione di una scuole pure in Santa Maria Maggiore la somma di lire cinque mila. Molte altre cose egli avrebbe fatte, e molte e colossali ne aveva già ideate, fra quali quella di erigere un doppio porticato, che congiungesse Santa Maria Maggiore con Crana, ma la morte sgraziatamente lo colse troppo presto in Colonia il 26 novembre 1736”
Riguardo a questo passo bisogna sottolineare particolarmente il fatto che qui venga nominata per la prima volta la donazione di 60.000 Lire elargita dal Feminis per la costruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore e che si accenni ad altri suoi fantastici progetti non realizzati a causa della sua precoce scomparsa.
Cavalli conclude la sua esposizione su Feminis facendo riferimento alla grande riconoscenza dei concittadini meritata da quest’uomo arricchitosi grazie alla sua Acqua di Colonia, ma soprattutto per sempre amato in virtù delle sue donazioni a favore della terra natia. Egli scrive quanto segue:
“ I Vigezzini riconoscenti conservano di questo uomo generoso quattro ritratti al naturale; uno nella sacrestia parrocchiale di Santa Maria Maggiore; un altro in quella dell’oratorio di Crana; un terzo nella casa del Comune, ed un quarto finalmente nel locale della publica scuola. Al di sotto die medesimi sta scritto: Giovanni Paolo Feminis di Crana Mercante distillatore d’acqua ammirabile a Colonia, principale benefattore della Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, e del proprio riedificatore dell’Oratorio, e casa del Comune di Crana. Fortunato quell’uomo, che favorito per decreto della Divina Provvidenza di vistose fortune sa ricordarsi anche lontano, del paese che gli diede la culla, sa meritarsi la riconoscenza de’ suoi compatriotti colla mano liberale della beneficenza. Suonano, e suoneranno eternamente fra le labbra di tutta questa popolazione le lodi Giovanni Paolo Feminis, e noi confidiamo ch’egli godrà nel regno de’ Beati il ben meritato guiderdone”.
Cavalli non dà qui alcuna indicazione riguardo all’autore o alla data di realizzazione di questi cosiddetti “ritratti di Feminis”. L’espressione “al naturale” usata dall’autore è stata erroneamente interpretata come “dipinto ai suoi tempi”, benchè si tratti soltanto di una specificazione riguardante la dimensione dei quadri!
Allo stesso modo Cavalli non si cura di specificare il periodo in cui gli abitanti della Valle Vigezzo abbiano preso coscienza della propria gratitudine ed esposto le quattro opere, di cui una, quella situata nella sacrestia dell’oratorio, porta la data 1833! Inoltre si può constatare come l’autore parli della firma o iscrizione rintracciabile sul quadro della scuola di Crana (precedentemente sede del comune) quale elemento presente allo stesso modo su tutti e quattro i quadri, informazione che non corrisponde a verità.
Tutto ciò non riveste grande importanza per il Cavalli. Il suo saggio non sembra essere dedicato all’analisi storica di un determinato periodo o personaggio: altre ragione si celano sotto la presenza di questo scritto in un libro altrimenti molto serio sotto il profilo della storicità. La sua posizione nell’ambito dell’opera risulta subito curiosa. Perchè Cavalli conclude proprio il 18º capitolo riferendosi al Feminis?
Le seguenti “datazione” dei singoli capitoli è quella fornite dallo stesso Cavalli nel suo indice e mostra chiaramente quanto sia fuori luogo una trattazione di carattere storico su Feminis alla fine di questo capitolo:

Cap. XII: 1670-1700
Cap. XIV: 1700-1720
Cap. XV: 1720-1744
Cap. XVI: 1744-1760
Cap. XVII: 1760-1788
Cap. XVIII: 1788-1790 (Femminis!)
Cap. XIX: 1790-1797 (ecc. ecc.)

Il periodo trattato nel cap. 18 riguarda molto più da vicino Jean Marie Farina (Parigi) che Feminis! La breve considerazione storica inserita poco oltre è infatti dedicata a Jean Maria Farina (Parigi). Dopo aver fortemente sottolineato la gratitudine del popolo nei confronti di Feminis, Cavalli prosegue così:
“ Al Feminis, morto in istato nubile, succedette nella professione di distillatore dell’acqua ammirabile Gioanni Antonio Farina da Santa Maria Maggiore, e quindi Gioanni Maria Farina attualmente vivente, e del quale si è già per noi parlato.
Possa questi avere ereditato da quelli non solo il secreto di comporre l’acqua mirabile, ma ancor il santo amore di patria, animatore d’immortali azioni! Possa mandare ad effetto il pio e già manifestato progetto d’istituire nel luogo di sua nascita un Ospedale pei poveri infermi, come già fece Gioacchino Trabucchi per Malesco”.
Ecco qui il nocciolo della questione! Si tratta della costruzione di un ospedale per i poveri a Santa Maria Maggiore. In qualità di sindaco locale Cavalli è naturalmente molto interessato al progetto. Egli è inoltre medico e, ciò che forse più conta, “Presidente della Congregazione di Carità”.
Nel primo decennio dell’800, dopo i disordini napoleonici, il vescovo di Novara aveva fondato un vasto movimento caritatevole nel suo vescovado. Nel 1822 “coevemente alla Nocificazioni di S.Emza il sig. Cardinale Arcivescovo Vescovo di Novara” indice le “Elezioni delli Sig. deputati della Congregazioni di Carita di Santa Maria Maggiore”, e dal 1822 le sedute di questi deputati , allestite “nella sacrestia della vend. chiesa Parochiale”, vengono descritte negli “Atti Ospedali” (Archivio Comunale di Santa Maria Maggiore). Grazie a questi “Verbali Originali” si ha notizia dell’intensa partecipazione del “Presidente Dr. Carlo Cavalli sindaco” e di suo fratello “Sacerdote Francesco Antonio Cavalli Coadjutore”, un tempo attivo a Santa Maria Maggiore come guida spirituale.
Cavalli si impegnò con passione nel promuovere il movimento caritatevole così come fece per il suo progetto di grande strada carrozzabile tra Domodossola e Locarno. Si può affermare che proprio queste due questioni caretterizzino in modo particolare la sua attività di sindaco di Santa Maria Maggiore.
Tutto ciò va tenuto presente nel considerare l’intera “trattazione storica” sul Feminis compilata da Cavalli: non si tratta d’altro che di una lettera aperta a Jean Marie Farina. Il paragrafo conclusivo dell’esposizione di Cavalli lo dimostra ancora più chiaramente:
“ Che allora sarà maggiormente benedetto da Dio, e benedetto da tutti noi, beato in terra, beato in cielo, se pure la felicità dell’uomo ricco sta tutta nel potere soccorrere gl’infelici ed i miseri; se pure l’opera più meritoria presso il Giusto dei giusti sta nella santa carità e nel cristiano amore del povero. E questi voti tanto più vivi partono dal nostro cuore inquantochè gli uomini pari al Feminis scarseggiano grandemente ai giorni nostri, e quasi direbbesi perduta la stirpa. Oh se quei padri nostri redivivi apparissero in aspetto semplice, e spirante candore agli sprezzatori dei tempi presenti, ed ai sacrileghi bestemmiatori della patria terra, certo loro direbbero: sappiate essere noi vissuti in tempi più infelici dei vostri. In preda alla fame, alle miserie, alla guerra cogli uomini, e persino colle bestie feroci; vessati da potenti vicini e lontani; depredati dai ladri o decimati d’alla peste seppimo mai sempre conservarci religiosi, fedeli ai nostri signori, uniti con forza, fermezza e costanza nel difendere i patrii nostri diritti; sempre franchi e leali cogli amici; umani coi nemici; compassionevoli coi miseri; non adoratori nè curanti del fasto; ma sempre buoni, e quindi cercati ed onerati nelle diverse città per noi percorse a guadagnare cogli onesti nostri sudori, e coll’attiva nostra industria quanto ci negava la sterilità di questi luoghi da noi sempre amati tenerissimamente”.
Jean Marie Farina (Parigi) si era fatto passare per erede e successore del Feminis in riferimento alla produzione dell’Acqua di Colonia, aveva saputo rappresentarlo come grande personalità e raccontare molte cose sul suo conto: ora sarebbe quindi toccato a lui distinguersi come soccorritore dei poveri, in quanto persona riccamente dotata di beni terreni proprio come lo era Feminis, da lui descritto quale grande benefattore, rimanga qui in sospeso se legittimamente o meno. Da questo punto di vista va interpretata l’enumerazione delle opere di bene del Feminis nell’“appello” del Cavalli. Poco importa se la notizia delle 60.000 Lire per la chiesa di Santa Maria Maggiore sia un elogio occasionale da parte di Jean Marie Farina (Parigi) o un’informazione di Cavalli ben finalizzata. Non esistono documenti di alcun tipo che provino questa offerta di 60.000 Lire. L’accenno al presunto progetto di Feminis per l’istituzione di un collegamento tra Crana e Santa Maria Maggiore attraverso un doppio porticato lascia suppore che si tratti qui di una smisurata “glorificazione” del Feminis derivante dall’entusiasmo di Cavalli. L’idea di costruire un doppio porticato della lunghezza di quasi un chilometro è così assurda e poco attendibile che ancora oggi, parlandone con la gente del luogo, si ottiene in risposta soltanto un sorriso ironico e molto eloquente. Un tale piano poteva forse sembrare realizzabile al “costruttore di strade” Cavalli, abituato a progettare lunghi tragitti e superare grandi difficoltà!
Concludendo si può quindi affermare che le notizie su Feminis fornite da Cavalli vanno valutate con grande cautela, per lo meno da parte degli storici, e che la cornice in cui esse si trovano, vale a dire l’opera completa dell’autore, può portare facilmente a conclusioni errate.

II. Fr. Scaciga: “Vite di Ossolani illustri dell’Avvocato Fr. Scaciga della Silva con un quarto storico delle Eresie”, Domodossola 1847.

1) La posizione di Scaciga nei confronti della sua opera.
Scaciga, nella sua premessa indirizzata al lettore, afferma quanto segue:
“Publico le biografie di alcuni individui, che maggiormente si distinsero coll’apparato delle loro imprese o col nobile corredo delle virtù e della sapienza. Se per compilare questo tenue lavoro, io avessi sollevato abbastanza il mio guardo alle pagine di Plutarco, avoci dovuto persuadermi, che il titolo pomposo de illustre accordato da quel biografo ai soli capitani più valorosi, ed ai soli filosofi più illuminati della antichità, male poteva convenirsi a tutti gli individui, che figurano sulla scena di questo mio libro. Ma il secolo degenere che prodigalizza titoli anche più giganteschi, e più damorosi a chi meno d’assai seppe meritarli, vorrà concedermi (spero) un benigno perdono. Il publico vorrà pure essermi indulgenti per le troppo enfatische esspressioni, che talvolta mi sono permesso di adoperare, e vorrà facilmente obliarle al sovvenisi, che io scrivo per il mio paese ed ai miei concittadini…”.
Si tratta evidentemente di un libro sulla patria, che l’autore ha scritto per celebrare il proprio luogo di nascita: egli si è quindi lasciato ispirare dal pensiero dei suoi concittadini, più che dalle regole severe di una compilazione di carattere scientifico. Ciò risulta palese anche nella prefazione di Scaciga al capitolo su Feminis. Qui si legge quanto segue:
“La storia, che io narro del Feminis, è la storia di quest’acqua mirabile. Il lettore saprà perciò perdonarmi se a compiere l’encomio dell’inventore mi soffiremo a descrivere i pregi, e le sorti del suo trovato. L’eccelenza della scoperta è l’elogio più facendo per lo scopritore. Jo consacro queste pagine non all’amenita dell lettere, od all’austerità delle scienze, e della filosofia; bensì alla curiosità delle amabile zitelle ed al gusto capricioso dei galanti zerbini, che agognano di conoscere la scoperta di quell’acqua, della quale si ardentemente bramano l’olezzante fragranza”.

2) Cosa dice Scaciga riguardo a Feminis?
Dopo la premessa sopraccitata Scaciga afferma:
“Giovanni Paolo Feminis trasse li suoi natali in Crana borgata di Santa Maria Maggiore in Vigezzo sul declinare del Secolo XVII: s’avviò da giovinetto in Germania per attendere al commercio, si stabilì in Colonia, e la durò qualche tempo nell’esercizio di un discreto traffico di chincaglieria. Finalmente la fortuna li trascelse a suo prediletto, e gli gettò le radici ad un gigantesco ingrandimento fondato sui pregi portentosi di quel liquido Alcoolino, che si chiama tuttogiorna Acqua di Colonia”.
Contrariamente a Cavalli, quindi, l’autore non parla dell’abilità del Feminis, ma della fortuna che l’ha assistito.Riguardo a ciò egli adduce la seguente motivazione:
“V’ha una tradizione, che passa per sicura, e la quale insegna, che la discoperta di quest’acqua si debbe agl’Inglesi. Vuolsi cioè, che, trovandosi a Goa l’armata Britanna, fosse a tal segno tribulata dalla dissenteria da perdere ogni giorno una parte cospicua di soldati. Pretendesi che tutti i medici, e tutti i Chirurghi dell’esercito s’adunassero allora a consulta, e combinando insieme vari elementi di odorose essenze ne formassero una brevvanda, che valse mirabilmente a restituire in salute la milizia. Aggiungesi, che un colonnello di quell’armata passando per Colonia, e veggendo Feminis colla cassetta da merciajuolo sulle spalle, gli insegnasse il modo di comporre la brevanda di Goa, e gliene manifestasse i prodigi”.
Si tratta del primo riferimento alla presunta origine inglese della ricetta. Difficilmente si sbaglierà nel considerare come fonte di questa notizia un qualche racconto di Jean Marie Farina (Parigi), che in tal modo intendeva circondare il suo prodotto di un’aura particolare. Più avanti si vedrà come anche Scaciga consideri Jean Marie Farina (Parigi) quale fonte della suddetta informazione.
In ogni caso l’autore presenta questa “notizia tramandat” come attendibile, in quanto egli la definisce espressamente “certa” [vedi passo citato]. Ciò risulta tuttavia parzialmente in contrasto con quanto da lui affermato in seguito:
“Coloro nondimeno, che ne ereditarono il secreto, non ammetteno per legitima questa tradizione. Vogliono cioè, che lo stesso Feminis ne fosse inventore, e che per la prima volta il 13 gennaio 1727 egli aprisse al pubblico in Colonia un’officina per commercio della sua scoperta”.
Il merito personale non è però qui per Scaciga l’aspetto decisivo. Ciò che per lui più conta è quello che i suoi concittadini hanno fatto per la patria. L’autore, come Cavalli promotore del progetto stradale tra Domodossola e Locarno e attivo nel movimento caritatevole, si dichiara orgogliosamente vigezzino. Da questa prospettiva Scaciga mette particolarmente in luce le opere dei suoi concittadini nel suo saggio, che, come egli stesso afferma, è stato scritto per la sua patria e per i suoi compatrioti. L’autore prosegue poi così:
“La Chimica, che era in allora tutt’affatto bambina, contemplò attonita il nuovo liquido di Feminis, e lo promulgò come un prodigio di meravigliosa invenzione. Moltiplici applausi gli tributarono gli stessi medici, e l’innalzarono ad un nome Europeo. Soave e delicatissime fu trovato la fragranza, portentosa la efficacia in parecchi malori. Feminis in meno di dieci anni ragunò un patrimonio colossale. Ma i favori della fortuna non mutarono il cuore dell’impassibile Vigezzino. Incorrotto nelle ristrettezze, fu pure incorrotto nella prosperità: e ricco al di là d’ogni suo desiderio, e padrone d’un secreto, che gli garantiva una felicissima prospettiva di commercio, egli, ben lontano da dimenticare la patria, vi mandò anzi cospicue somme a sollievo dei poveri concittadini.
Altri Ossolani diventarono doviziosi per la via del traffico in estranei paesi: pro chi [pochi] tuttavia rammentarono nei giorni della prosperità i cari luoghi dell’innocente loro infanzia. Le Vigezzini peraltro (invano tenterebbe l’invidia defraudarli di questo giustissimo encomio) in ogni età, e da ogni lato, si rivolsero mai sempre ai patrii colli, e li vagheggiarono coll’entusiasmo di una soave predilezione, colmandoli di ricchezze, e di generosi sussidj. Ne sono testimonj i tempj, , ed i santuarj, che vanno ornati di doni preziosi; ne sorgono a monumento le pubbliche beneficenze, che sollevano l’egro spossato e le famiglie languente, ne favellano i tanti soccorsi sborsati non ha guari per la strada carreggiabile, che mette da Domodossola a Santa Maria Maggiore, ed a Malesco”.
Nella lista di questi vigezzini “attivi” per la patria, che Scaciga definisce “illustri”, figura anche il Feminis:
“Feminis pagò L. 60.000 per la fabbrica della Parrocchiale di Santa Maria Maggiore, eresse dai fondamenti una casa per il comune, innalzò l’oratorio di S. Giovanni Evangeliste di Crana; fondò una pubblica scuola per l’istruzione die fanciulli; e gettò le basi al progetto, per un grandioso porticato tra Santa Maria Maggiore e Crana”.
Scaciga è quindi il secondo autore italiano che riferisce le grandi opere di bene del Feminis, indicando però espressamente Cavalli come fonte di queste notizie. In questo modo le informazioni fornite da Cavalli senza indicarne la fonte entrano a far parte della successiva “storiografia”. Il prossimo “storico” si potrà quindi richiamare a ben due “fonti”, vale a dire Cavalli e Scaciga!
Quest’ultimo, completamente entusiasmato dalla storia del “grande benefattore” Feminis, afferma poi dispiaciuto:
“Ma quanto gli fu generosa la sorte in dovizie altrettanto gli si mostrò avara nella vita. Era compito appena il decennio della sua fortuna, che ei già chiudeva le pupille nella pace dei giusti. Morì in Colonia il 26 nov. 1736”.
Scaciga, con tutto il suo temperamento mediterraneo, si congeda poi così da Feminis, che egli conosce solo grazie ai suoi presunti ritratti, nei quali cerca con entusiasmo di “infondere la vita”:
“La patria riconoscente ne serba l’effigie venerata in quattro distinti luoghi di pubblica ragunanza che vantarono il suo patrocinio. Il Vigezzino che getta il guardo su quell’imagine per contemplarvi la calma della serenità, e la vigeria dello spirito, male pico ritorcere la pupilla senza ammirare il sintomo della carità che vi sta scolpito in fronte, e senza leggere nel sorriso delle labbra il candore del cuore. Gli si affaccia allora alla memoria il pensiero delle magnanimità e delle beneficenze di lui: fervidi applausi ode alternarsi, e voci non menzognere di grazie, da cento fanciulli, che crescono ogni anno, e s’invigoriscono allo studio nella scuola da lui stesso fondata: il suo animo si compone alla tenerezza, e sollevato finalmente all’estasi della ammirazione, e della riconoscenza, ei rivolge le luci al cielo; quasi ad implorare una più splendida ricompensa da Dio sul cittadino benefico, sull’uomo virtuoso!!!”.
I tre punti esclamativi sono di Scaciga! Cento anni prima essi avrebbero avuto tutto un altro senso, sempre se ai tempi del Feminis o nel primo decennio dopo la sua morte fosse stato possibile parlare in tal modo del “grande benefattore” o di questo “uomo virtuoso” nella sua patria italiana. Ciò sarebbe suonato strano ai suoi parenti e la popolazione di Crana e di Santa Maria Maggiore, che condivideva il destino di questi parenti, avrebbero respinto una tale descrizione.
Negli atti dell’“Ospidale” di Santa Maria Maggiore, per esempio, si trova un elenco di sovvenzioni per i poveri, che contiene anche le seguenti informazioni (cfr. “Nota del Speso per il Ven. Ospidale di Santa Maria Maggiore” nell’Archivio Comunale):
“1728 dato per vestire un figlio…12.–.–
1734 dato a Giacomo Ant. Feminis per sepelire un suo figlio…7.–.–
1735 pagato a Giacomo Antonio Feminis…6.–.–
1736 pagato a Giacomo Antonio Feminis…10.–.–
1736 per fatto sepellire un poveretto morto…4.16.–
1742 a Giacomo Ant. Feminis…8.–.–
1742 a Maria Feminis…5.–.–
1746 alla moglie di Giacomo Ant.Feminis…6.–.–
1747 a Giacomo Antonio Feminis…4.–.–
1749 a Maria Feminis…7.–.–
1749 pagato a Maria Elisabetta Feminis…5.–.–
1759 pagato a Carlo Gioseppe Feminis…8.–.–
1761 pagato a Gioseppe Maria Feminis…7.–.–
1761 pagato a Francesco Maria Feminis…8.10.–” e così via.
Anche Johann Maria Farina (Colonia) era al corrente delle condizioni dei parenti del Feminis, come si intuisce da un passo della sua lettera a Barbieri (Bruxelles) del 7 marzo 1739:
“La granda pena che si a dato mio frattelo et il Guglielmi pensando di tirare qualche cosa per li suoi parenti e poi per la nostra chiesa sono state tute invane…”.
Scaciga continua poi come Cavalli:
“Morto lo scopritore, non morì con lui il suo secreto. Gioanni Antonio Farina l’ebbe in retaggio, e lo trasmise a Gioanni Maria Farina, sotto il cui nome va tuttora in commercio”.

3) Scaciga e Jean Marie Farina (Parigi).
Scaciga conclude quindi così la sua “storia di Feminis”, ma più avanti si occuperà ancora del destino dell’Acqua di Colonia e proprio alcuni passi successivi lasciano chiaramente intendere la fonte da cui l’autore ha attinto. Data la sorprendente chiarezza di questi ultimi, se ne citano qui di seguito le parti più rilevanti:
“Ma se la moltiplicità delle contraffazioni dovesse servire di norma a stabilire la reputazione di un prodotto qualsiasi d’industria, poche invenzioni potrebbero vanatare nel publico un grado di considerazione pari a quella dell’Acqua di Gioanni Paolo Feminis, perchè poche sicuramente ebbero a lottare sì spesso contro la frode della falsificazione.
Gioanni Maria Farina nativo di Santa Maria Maggiore, e tuttavia naturalizzato in Francia per l’introduzione del suo secreto, ebbe tostamente onorevoli eloga dalli corti  di Francia, d’Inghilterra, de Prussia, di Almagna. Fu anzi chiamato a Provveditore di quelle corti con l’autorità d’insignire dei loro stemmi le spedizioni di sua merce. La Commissione die remedi secreti istituita a Parigi il agosto 1810 gli accordò per la via del ministro dell’Interno una distinta approvazione; ed i lusinghieri encomj di Perey, Beyeux, Bertholet, Lefaivre, Broussais, Pelletan, Distel, e Capuron, valentissimi Professori di Medicina, di Chirurgia, di Chimica, e membri la più parte dell’Instituto di Francia, sono un omaggio sublime alla virtù di quest’acqua. Chi desidera una più eloquente testimonianza legga la storia privata di Napoleone, e vedrà, che il vincitore di Montenotte, di Marenga e di Austerlizza non isdegnava conoscere nell’acqua di Feminis una possanza salutare, ed una fragranza superiore ad ogni altra.
Ma se Farina potè gloriarsi del suo secreto, ebbe pure a combattere ad ogni passo per debellare i falsificatori. Altri secreti si vantavano, altre distillazioni portavano il nome di Acqua di Colonia. Ma era giunta l’età, in cui tutta Parigi aveva appreso, che nessuna poteva gareggiare quella di Farina. Nelle toelette perciò della dame, nei bagni dei doviziosi signori, veniva consumata a profluvio. Ricercavasi pelle fregagioni nelle emicranie, nel mal d’orecchi, negli spasimi della gotta:  inghittivasi per sedativo nel mal di denti, nel tremito della convulsione, negli accessi di colica, proclamavasi in somma portentosa in cento e cento malori, sicchè se ne moltiplicavano le inchieste, e appena bastava l’instancabilità del fabbricatore e tenere le redini dell’ampio suo laboratorio per infondere la vitalità del secreto nelle distillazioni, che numeroso stuolo di individui ogni giorno preparava. Era perciò insufficiente il nome solo di Acqua di Colonia per saziare le molte brame d’altrui: Li Parigini volevano l’Acqua di Gioanni Paolo Feminis, e parecchi distillatori Francesi non arrossirono di cercare allora un lucro vituperevole col falsificare le insegne, i nomi, e la provenienza di un liquide che spacciavano per merce di Gioanni Paolo Feminis. Farina si mise in lotta, e ne promosse le istanze innanzi: Tribunali.
Molti furono litigi, molti i giudicati; ma la sua causa tornò sempre vincitrice. La prima sentenza porta la data del 24 agosto 1814, ed è del Tribunale Civile della Senna in odio di Senaux Cantio, cui fu proibito di usare i contrasegni appartementi al commercio di Farina…
A fronte di questi sedici giudicati, che ho numerato, io spero, che il lettore vorrà risparmiarmi il improvero di una troppo prolissa discussione. Ripeterò, che il pregio della scoperta è il vero elogio dell’inventore, e che la moltiplicità delle contraffazioni prova l’eccellenza del concetto, che si è diffuso nel publico sul merito dell’Acqua di Colonia. Altre contese tennero dietro alle precedenti innanzi i Tribunali, e l’ultima fu promossa contro un Giudeo, che aveva trovato un  garzone maniscalco nelle vicinanze di Milano, il quale chiamavasi Gio. Maria Farina, e da cui comperò il nome onde mettre a Parigi una Ditta da contropore all’erede di Gioanni Paolo Feminis. Ma la generosità, e la svegliatezza del Vigezzino trionfarono della stratagemma del Giudeo, e ne sventarono le mire”.
A seguito di questa dettagliata esposizione sui falsi Scaciga si dedica poi ampiamente alle imitazioni. Nell’ambito di questa trattazione, però, occuparsi anche di questa parte porterebbe troppo lontano, in quanto i passi sopraccitati mostrano già inequivocabilmente che la conoscenza dei dettagli dimostrata da Scaciga a quei tempi può soltanto derivare da Jean Marie Farina (Paris)!

III. Dottore Giacomo Pollini: “Notizie Storiche, Statuti Antichi, Documenti e Antichità Romane di Malesco”, Torino, 1896.

Pollini, che in qualità di autore “patriottico” si occupa in prima linea della storia di Malesco in Valle Vigezzo, suo luogo di nascita, non dedica alcun capitolo a Feminis. Tuttavia egli riporta alcuni accenni a quest’ultimo che ancora una volta dimostrano chiaramente la portata dell’influsso esercitato da Jean Marie Farina (Parigi) sulla storiografia italiana nelle parti dedicate a Feminis.
Pollini riferisce anche che alcuni abitanti della Valle Vigezzo si sono trasferiti in Francia, Svizzera, Austria e Germania, e poi afferma:
“Sono specialmente quelli dei luoghi di Toceno, Santa Maria e Crana, i quali da prima semplici spazzacamini divennero poi col tempo i più ricchi negozianti in chincaglieria e oreficeria di quei paesi. Di essi il più celebre di tutti fu un certo Gio. Paolo Femnis da Crana, morto nel 1736, che passa per l’inventore della famosa Acqua di Colonia. Egli nella stagione invernale faceva lo spazzacamino in Colonia e nelle città Renane circonvicine, e nelle altre precorreva i medesimi luoghi vendendo oggetti di minuta chincaglieria, sinchè ebbe la fortuna di avere da un povero soldato suo compagno di stanza a Colonia e reduce dalle Indie dove era stato di servizio nell’armata Inglese, come attendente di un colonnello, una ricetta di un’acqua meravigliosa per il soave profumo, la quale in poco tempo fece la sua fortuna e quella dei suoi successori, e che oggigiorno è conosciuta sotto il nome di Acqua mirabile di Colonia di G. M. Farina, esso pure Vigezzino oriundo di Santa Maria e parente del Feminis”.
È interessante notare qui la trasformazione del colonnello che ha tramandato la ricetta in “giovane aiutante del colonnello”: l’esposizione di Scaciga sul colonnello che fa amicizia con il “venditore ambulante” deve essere apparsa poco credibile. Ancora più rilevante è la nota a piè di pagina dove Pollini cita la fonte della sua opera. La nota viene riportata qui di seguito:
“Quanto sopra mi venne più volte raccontato da un amico del Farina, certo Gio Francesco Nino di Druogno, morto nel 1877 in età di 88 anni, il quale era stato per di più il liquidatore della pingue sostanza da lui lasciata”.
Significativo è un altro passo dove Pollini accenna all’impressione suscitata a quei tempi dalla costruzione della villa di Jean Marie Farina a Masera. Egli scrive quanto segue:
“La maggior parte dei Vigezzini col lavoro, la sobrietà e l’economia seppero accumulare discrete somme di denaro e non pochi eziando splendide fortune di parecchi milioni, che poi vinivano a godersi nella loro vecchiaia in patria in seno alla famiglia, dove procuraronsi tutti i comodi della vita massime nelle abitazioni ingratendole e costruendone delle nuove con un buon gusto affatto cittadino. E ciò fecero non solo nel paese nativo, ma ben anche nei territorii di Masera e di Trontano acquistando buona parte dei vigneti situati in quei Comuni, dove costrussero quelle ville signorili ed eleganti…
Fra tutti queste Ville su quel di Masera due meritano un speciale ricordo. L’una del Sig. Gio Maria Farina di Santa Maria, antico fabbricatore della famosa acqua profumata di Colonia, il quale vi costruzze un palazzo talmente grandioso che si vuole abbia tante aperture quanti sono i giorno dell’anno; l’altra del Sig. Cav. Felice Mellerio di Craveggia che si fece fare una villa la quale non è da meno delle più belle del Lago Maggiore”.

CONCLUSIONE

Concludendo si può affermare che le descrizioni di Feminis presenti nelle opere di tutti e tre gli autori italiani del 19º secolo derivino dalle affermazioni di Jean Marie Farina (Parigi) o almeno risentano dell’influsso esercitato dalla sua personalità. La rilevanza dell’influenza di quest’ultimo su ampi strati della popolazione di Valle Vigezzo si nota in modo particolarmente evidente in “Carlino and other Stories” di John Ruffini.
Ruffini è stato Valle Vigezzo ai tempi di Jean Marie Farina e lo ha conosciuto personalmente, trovando presso di lui un’accoglienza ospitale.
Nel suo libro Ruffini descrive la sua visita della Valle Vigezzo e le impressioni da lui ricavatene prima di conoscere Jean Marie Farina. Giunto a Domodossola l’autore si informa in una locanda riguardo alla possibilità di trovare una guida che lo accompagni e gli faccia conoscere la valle. Il locandiere lo mette in contatto con un giovane di nome Battistino, che sta al servizio di Jean Marie Farina e decide di percorrere in sua compagnia la strada fino a Santa Maria Maggiore.
Nella conversazione tra i due viene chiaramente alla luce l’immagine di Jean Marie Farina e la posizione da lui a quei tempi occupata agli occhi degli abitanti della Valle Vigezzo. All’entrata della valle i due viaggiatori sono accolti dalla vista della grandiosa villa di Jean Marie Farina e la sensazione di ricchezza sprigionata dalla stessa è subito in primo piano:
“I was struck by the appearance of a very handsome country-house, which stood on a lofty eminence facing us, surrounded by noble terrace gardens. The mansion commanded the same extensive views of the beautiful valley that strike the traveller so forcibly from the bridge of Crevola. I pointed out this dwelling to my guide with an inquiring look:
«Palazzo del Signor Padrone», was his answer.
«Your padrone then is rich?»
«Hu!», returned Battistino with a lengthened exlamation, waving his hand expressively up and down.
«Tanto ricco! – ricchissimo! Tanto seior!»
And this was followed by a long and eloquent eulogium, or history, unfortunately lost upon me, with the exception of the words «Generoso, generosissimo – da Paris»”.
Mentre i due si avvicinano a Santa Maria Maggiore il suono delle campane parrocchiali richiama nuovamente l’attenzione sulla ricchezza e la magnanimità di Jean Marie Farina:
“As we advanced, the sound of a finetoned church-bell came wafted on the air. It sounded like a rejoicing peal. Battistino bacame excited, and contrived to make me understand that the bell, the great bell, was a gift from his padrone to the church”.
A Santa Maria Maggiore l’autore e Battistino visitano la parrocchia e qui Jean Marie Farina appare al lettore di Ruffini ancora una volta come speciale benefattore della popolazione. Due coppie di sposi vengono unite in matrimonio e il loro benefattore è Jean Marie Farina, presente alla celebrazione:
“I was going to propose that we should leave the church, when a numerous company entering, relieved me from the attention of the congregation, and I remained a forgotten observer. The new-comers were two young couples, surrounded by their respective friends, coming to the altar to receive the nuptial benediction.
«Pepine and Ghita, Giovanni and Maria», said my guide in an undertone, as he pointed out the couples, and he went on to make me understand that his padrone had given the dota (marriage-portion). His enthusiasm now seemed to lose all power of expression in words, and to concentrate itself in his two bright eyes, while I thought to myself: «This padrone of him must be a rare character – a rich and liberal man dispensing his wealth in shedding happiness among the simple population of this retired valley”.
Uscendo dalla chiesa Ruffini osserva l’affetto della popolazione nei riguardi di Jean Marie Farina e la grande stima in cui egli è tenuto:
At the door of the church, all crowded round Battistino’s master with various expressions of affectionate and respectful gratitude, which he received with fatherly good-humor, and then disengaged himself from the group”.
Davanti alla chiesa Ruffini fa la conoscenza di Jean Marie Farina e viene da lui gentilmente invitato. I due lasciano Santa Maria Maggiore nella carrozza di Farina. Battistino, che è salito a cassetta per guidare, coglie l’occasione per accennare alla ristrutturazione della strada carrozzabile tra Domodossola e Santa Maria Maggiore. Poichè Ruffini non capisce subito a cosa si riferisca, Jean Marie Farina afferma:
Battistino is anxious to inform you that this road from Santa Maria Maggiore to Domo was made by me: some years ago there was only a bridle-path. Living in the neighbourhood, I was of course one of the most interested in the improvement”.
Così Jean Marie Farina si presenta a Ruffini come benefattore ricco e allo stesso tempo generoso:
“I felt no difficulty in asking my host to explain to me by what uncommon fortunes he had become, from a poor mountain boy, such as we had met in the morning, the benefactor of all around him”.
“He contributes with generous care to the welfare of the poor in his neighbourhood. He knows intimately their wants and their feelings; and is therefore competend, from experience as well as inclination, to dispense with the best effect, his munificence among those who want his assistance”.
Analizzando questi pochi passi dell’opera di Ruffini non è difficile riconoscere la fondatezza dell’idea che la personalità di Jean Marie Farina abbia ai tempi esercitato un notevole influsso sull’opinione pubblica a Santa Maria Maggiore e in tutta la Valle Vigezzo, e che gli scrittori del periodo tenessero in grande considerazione i suoi giudizi e opinioni, per lo meno quando facevano riferimento nelle loro pubblicazioni a tematiche a lui in qualche modo collegate.
Questa circostanza non deve passare inosservata in sede di analisi e valutazione degli autori italiani del 19º secolo sopraccitati, in quanto tutti, come sopra argomentato, sono vissuti e hanno scritto nella sfera di influenza di Jean Marie Farina. La valutazione storica delle informazioni riguardanti Feminis fornite da questi scrittori va pertanto effettuata nel riconoscimento di questo stato di cose.

Analisi del valore documentario dei cosiddetti Ritratti di Feminis

Dott. Karl Kempkes

Analisi del valore documentario dei cosiddetti Ritratti di Feminis

Sommario:
Il presunto ritratto originale non rappresenta Paolo Feminis bensì Monsieur Dinocheau, membro della famiglia promotrice della fondazione per la chiesa di Saint Roch nella Rue Saint Honoré a Parigi. Nella seguente trattazione si analizzano dettagliatamente il cosiddetto “quadro originale” e tre copie dello stesso, giungendo alla dimostrazione che si tratta di falsificazioni.

Premessa:
Nel testo si fa riferimento alle seguenti immagini tramite le sigle qui sotto indicate:


quadro nella sacrestia della chiesa di  quadro nell’oratorio di Crana,
Santa Maria Maggiore: B1;                         contrassegnato dalla data 1833: B3;


quadro nella scuola di Crana,                    quadro nella scuola di
precedentemente sede del Comune: B2;     Santa Maria Maggiore: B4.


Santa Maria Maggiore, Valle Vigezzo, Verbania

La valutazione storica riguardo al presunto ritratto originale del Feminis, situato nella sacrestia della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, risulta notevolmente facilitata in virtù della presenza di molte copie dello stesso. Un confronto incrociato induce subito a una più attenta analisi delle palesi differenze nella composizione delle singole opere. La riproduzione della persona rappresentata non è tanto significativa quanto la realizzazione dell’iscrizione nel quadro e la resa del motivo.

Nell’analisi dell’opera questi due elementi si collocano automaticamente in primo piano e, attraverso uno studio più ravvicinato, attirano l’attenzione sulla struttura della parte inferiore della composizione, vale a dire sulla superficie del tavolo e sullo spigolo del muro che attraversa lo sfondo.

Tenendo conto di questi quattro punti di vista, tramite un confronto incrociato dei singoli quadri, si può affermare quanto segue:

  1. La collocazione delle iscrizioni presenta già a un’osservazione puramente esterna forti differenze nella modalità di realizzazione. Soltanto in B2 si può constatare una fusione armonica nella composizione, mentre in B1 l’iscrizione ha un aspetto artificiale e in B3 la collocazione risulta assolutamente disturbante quanto a forma e ripartizione dello spazio.
  2. La sopra accennata superficie del tavolo è costituita in B1 da un grosso tavolo spigoloso che occupa l’intero primo piano, mentre in B3 è caratterizzata da una forma tonda e pittosto nascosta.
  3. Osservando il motivo si può constatare la ripresa di due momenti totalmente diversi in B1 e B3: in B1 l’Assunzione di Maria e in B3 la Susanna inginocchiata.
  4. In B1 e B3 lo sfondo della rappresentazione è attraversato dallo spigolo di un muro, simile in entrambe le opere quanto a forma e collocazione. Tuttavia in B3 esso si armonizza bene con la sopra accennata figura di Susanna, mentre in B1 non si riscontra alcuna connessione con l’Assunzione di Maria e ciò ha un effetto disturbante nella composizione.

Queste quattro affermazioni, che a un esame superficiale dei quadri danno per così dire nell’occhio, saranno il punto di partenza per ulteriori osservazioni qui di seguito.

ad 1. Le iscrizioni

a) La realizzazione delle iscrizioni

Se si parte dal presupposto che Rosenbohm e Utescher ritengono ovvio, e cioè che le opere e le iscrizioni costituiscano un’unità, in quanto create contemporaneamente, e che B1 sia l’originale, e gli altri quadri siano copie dello stesso, bisogna capire per quale motivo le iscrizioni sui singoli ritratti siano così diverse l’una dall’altra. Ciò risulta semplice per B2, poichè qui non sussiste alcun disturbo nella composizione, per quanto questa sia stata modificata.Tuttavia come si possono spiegare le innaturali e artisticamente impensabili caratteristiche dell’iscrizione in B3?

A giudicare dalla struttura generale di B3, B1 è servito come immediato modello di questa copia. Se però nel momento della realizzazione di questa copia, secondo l’iscrizione quindi nel 1833, fosse stata già presente sul modello (B1) l’iscrizione che vediamo oggi, allora non è possibile giustificare il modo in cui il copista si è comportato per quanto riguarda l’iscrizione, tenendo conto che per il resto si tratta di una riproduzione pressochè esatta. La supposizione che il copista o il committente al tempo della realizzazione dell’opera non abbia dato alcun peso all’iscrizione, e che quindi essa sia stata collocata solo in seguito, è assolutamente impensabile, ma di fatto invaliderebbe la suddetta ipotesi dell’unità di quadro e iscrizione. Comunque sia, il fatto che le riproduzioni dell’iscrizione in B1 e B3 siano così palesemente diverse l’una dall’altra annulla il presupposto dell’unità temporale. L’analisi dei testi di queste iscrizioni porta ad una simile conclusione.

b) I testi delle iscrizioni

Nella seguente tabella vengono messe efficacemente in risalto le differenze testuali nelle tre iscrizioni.

B1 B2 B3
Paolo Gio Palo Gio Paolo
Femminis Feminis Feminis
da Crana di Crana di Crana
mercante mercante mercante
e fabbricatore distillatore distillre
d’acqua d’acqua d’aqua
mirabile ammirabile ammirabile
in Colonia in Colonia in Colonia
benfattore prinle prile
principale benefattore benre
della Vda chiesa della chiesa dell chiesa
parrocchiale parrocchiale pa
di Sta Maria di Sta Maria di Sta M
Maggiore Maggiore Mag
del Vdo oratorio e del proprio del oratorio
reedificatore
dell oratorio
e casa comunale e casa del comune a casa comona
di Crana di Crana di Crana 1833

 Salta subito all’occhio la grafia del nome “Feminis” in B1, in quanto caratterizzata da due “m”. Ai tempi di Feminis questo nome veniva scritto con una sola “m” nei certificati ufficiali, nei registri di corrispondenza e in altri documenti, così come lo stesso Feminis ha firmato nell’atto di donazione a favore della scuola di Santa Maria Maggiore. Pertanto, se davvero quest’iscrizione fosse stata realizzata ai suoi tempi e, quindi, non a sua insaputa, sia Feminis sia l’autore della stessa avrebbero sicuramente fatto in modo che la grafia del nome fosse riportata correttamente. Nel 19° secolo si possono rilevare ulteriori esempi di questa grafia con doppia “m”. In un contratto famigliare, stipulato da Jean Marie Joseph Farina con suo padre e i suoi fratelli il 9 settembre 1818 a Parigi (cfr. Rosenbohm p.396), si può leggere per due volte il cognome Feminis con doppia “m” e inoltre il nome “Paolo” e non “Gio Paolo”: si tratta quindi di una perfetta corrispondenza con B1. La doppia “m” compare anche nella lastra commemorativa in ricordo dello stesso Jean Marie Joseph Farina, collocata nel 1846 nella cappella del rosario della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Un quarto esempio è costituito dall’iscrizione su quella che, secondo una leggenda, sarebbe la casa di nascita del Feminis. L’uso di questa grafia risulta quindi ben limitato quanto a coordinate spazio-temporali!

Un altro aspetto risultante dal confronto tra le iscrizioni è particolarmente interessante: si è dedotto che B3 faccia riferimento a B2 e non a B1. È qui sufficiente l’accenno a:

Gio Paolo, Feminis, distillatore, ammirabile” e la posizione anticipata di “principale” rispetto a “benefattore”.

Se B2 sia il modello di B3 o viceversa non è così rilevante. Importante è invece notare anche qui gli elementi che invalidano la teoria dell’unità temporale di quadro e iscrizione. Inoltre sia il tipo di lettere sia le caratteristiche generali dell’iscrizione di B2 fanno pensare a una data di realizzazione più tarda rispetto a quella del quadro stesso.

 c) Il contenuto testuale delle iscrizioni

Dalle caratteristiche esteriori delle singole iscrizioni si giunge al contenuto testuale comune a tutti e tre i quadri. B1, B2 e B3 si riferiscono alle donazioni del Feminis a favore della chiesa parrocchiale, dell’oratorio e del consiglio comunale.

Feminis è qui definito “benefattore principale” della chiesa di Santa Maria Maggiore. Tuttavia, come si spiega in altra sede (vedi: ” Reichtum des Feminis” – cfr. pag. 136 e seguenti), questa affermazione non corrisponde a verità, in quanto ai tempi del Feminis, ossia quando le effettive circostanze erano ancora note a tutti a Santa Maria Maggiore, ciò non si sarebbe potuto mettere per iscritto. Lo stesso vale per le donazioni all’oratorio e al Comune di Crana. Inoltre non solo i riferimenti alle “offerte”, ma anche la strana ripetizione delle “donazioni” su tre quadri realizzati per edifici diversi rende queste iscrizioni non attendibili. Infatti in B4, ovvero nel quadro che si trova nella scuola di Santa Maria Maggiore, dove la donazione è veramente avvenuta, non si riscontra questa ripetizione, bensì soltanto la frase: “Gio Paolo Feminis, benefattore della scuola di Santa Maria Maggiore “. In conclusione si può affermare che già queste brevi analisi delle iscrizioni dimostrano come sia impossibile guardare alla dicitura sul ritratto della sacrestia come a un documento contemporaneo, senza prima averla opportunamente “documentata”, cosa che, data l’attuale situazione, appare del tutto inutile.

ad 2. Il primo piano in B1 e B3

La superficie di un tavolo a spigoli vivi riempie molto vistosamente l’intero primo piano di B1, mentre B3, copia meticolosa della persona rappresentata, presenta in primo piano una soluzione più favorevole alla composizione complessiva, vale a dire un tavolo dalla gradevole forma rotonda e in posizione arretrata.

Pertanto in B3 si verifica una situazione singolare: il copista ha organizzato il primo piano dell’opera artisticamente meglio di quanto mostri il modello B1, ma ha riportato l’iscrizione in modo assolutamente curioso. Ciò mostra ancora una volta la necessità di chiarire tali evidenti contraddizioni.

Poichè il copista dimostra capacità artistiche inferiori a quelle dell’autore di B1, come si nota nella riproduzione della persona rappresentata, si può spiegare la migliore organizzazione del primo piano, così come la sospetta modalità di riproduzione dell’iscrizione, con la presenza di un altro modello originario. In altre parole, B1, con la sua attuale struttura, non può essere stato il “ritratto originale” su cui il copista si sarebbe basato.

Questa ipotesi porta inevitabilmente a una più attenta analisi del cosiddetto “originale”. Come a un’osservazione critica risulta impossibile l’unità temporale di quadro e iscrizione, così, confrontando B1 e B3, si può affermare che non solo l’iscrizione, ma anche il tavolo in B1 non può essere l’ “originale”.

Osservando le incrinature che attraversano B1 (la copia originale non è qui necessaria, basta anche una buona foto a colori), si nota a occhio nudo che la superficie del tavolo e la parte con l’iscrizione non ne presentano. Anche la punta della manica destra è chiaramente fuori dalla zona “disturbata”, e proprio questo piccolo triangolo scuro costituisce una prova sufficiente di una nuova organizzazione dello spazio nella parte inferiore del quadro.

Resta da chiedersi se si tratti di un restauro o piuttosto di una ristrutturazione simile a quella di Lothar Malskat nel duomo di Schleswig nella Germania settentrionale. (Il tacchino presente nel dipinto del suddetto duomo creò non poco stupore tra i critici: si tratta infatti di una chiesa gotica, quindi realizzata precedentemente alla scoperta dell’America, cioè quando gli Europei scoprirono l’esistenza di quest’animale. Lo sconcerto durò finchè Malskat ammise di averlo aggiunto di proposito durante la sua restaurazione.)

B1-particolare

Anche questa questione può essere però chiarita grazie all’ “originale” di Santa Maria Maggiore. Esteriormente si può notare che la tela del quadro è stata tirata dal centro verso il basso e, di conseguenza, che la cornice è stata inferiormente ingrandita, e ciò è avvenuto circa nella zona dove il primo piano di B3 si discosta da quello di B1. Pertanto l’iscrizione, che tocca il bordo inferiore del quadro, non può essere stata già presente prima del suddetto ingrandimento, come mostra l’analisi di B1.

 Ma quando si è verificato tale ingrandimento? Come spiegato sopra, la realizzazione innaturale e non artistica dell’iscrizione in B3 dimostra l’impossibilità della presenza di un’iscrizione sul modello dello stesso B3. Allo stesso modo il confronto dei testi ha portato alla conclusione che B3 si accosti a B2, e non a B1. Inoltre, tenendo conto della struttura del primo piano e della superficie del tavolo, si deduce che l’ingrandimento di B1 può essere avvenuto soltanto dopo la realizzazione di B3.

Rimane quindi aperta la questione della data di produzione di B3, in quanto il riferimento dell’iscrizione all’anno 1833 perde il suo valore di indicazione temporale riguardo a quest’opera. In base a queste considerazioni, quindi, l’iscrizione non può più essere vista come elemento contemporaneo al quadro, come dimostra anche il carattere “forzato” della riproduzione.

Oltre a queste particolarità puramente esteriori e facili da rintracciare, nell’ “originale” di B1 la linea del “completamento” inferiore del quadro è nettamente visibile. Questo completamento non è stato apportato direttamente sulla tela, bensì su un pezzo di carta che è stato poi incollato alla parte inferiore della tela stessa e il cui bordo superiore è reso riconoscibile nella radiografia qui allegata.

Come dimostrato tramite una radiografia di quest’area, B1 ha avuto la stessa struttura del primo piano che B3 presenta tutt’oggi, fatta eccezione per l’iscrizione. La superficie arrotondata del tavolo è chiaramente riconoscibile, così come la copertina del libro toccata dalla mano destra della persona rappresentata.

In questo modo si dimostra inequivocabilmente, che l’iscrizione in B1, ovvero nel quadro “originale”, non può essere contemporanea al quadro stesso: deve essere considerata posteriore, per la precisione risalente a una data successiva alla realizzazione della copia B3. Attraverso questa affermazione decade però completamente il valore dell’iscrizione come “documento storico”.

ad 3. Lo sfondo dei quadri

a) L’Assunzione di Maria

L’angelo di Borgnis

Lo sfondo di B1 rappresenta la “visione celeste” dell’Assunzione di Maria, rappresentazione che a quanto pare fa riferimento alla parte superiore dell’Assunzione in mezzo all’abside della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Lo stile di queste due riproduzioni è l’indizio principale che ha portato a considerare l’autore dei dipinti sull’abside della chiesa, G. Borgnis, come autore del “ritratto di Feminis”. Questa conclusione è ovvia per coloro che sostengono i due seguenti presupposti: iscrizione e quadro costituiscono un’unità temporale; la persona rappresentata è Feminis in veste di benefattore principale della suddetta chiesa.

Tuttavia, nel momento in cui non si consideri corretta la definizione di “principale benefattore” e la data di realizzazione dell’opera si discosti da quella dell’iscrizione, anche tale conclusione risulta problematica. In sé e per sé è già molto complicato vincolare il modello per la rappresentazione dell’Assunta a B1, data l’esistenza di molte riproduzioni di questo tema, che in parte differiscono anche notevolmente tra loro. Ciò si rileva ancora più difficile se consideriamo che Borgnis stesso in molte delle sue rappresentazioni si basa su modelli di Venezia, Bologna e Roma.

Se però si afferma che quest’opera sia stata eseguita secondo il modello nella chiesa di Santa Maria Maggiore, allora essa non può essere stata realizzata prima del 1743, anno in cui è stata dipinta l’abside.

Con questo, però, non si chiarisce affatto se Borgnis abbia copiato se stesso o se un altro copista sia l’autore della rappressentazione. Confrontando le due versioni si nota nei visi del gruppo dell’Assunta in B1 un tocco artstico più primitivo rispetto a quello dei dipinti della chiesa. La differenza principale riguarda però la forma della scollatura del vestito di Maria, che in B1 non corrisponde nè allo stile di Borgnis nè a quello dei suoi tempi, bensí a quello di un’epoca più recente. Nella chiesa di Santa Maria Maggiore si trova un parallelo a ciò nella cappella del rosario, per il cui abbellimento (1840-46) Jean Maria Joseph Farina (Parigi) mise a disposizione 4000 lire e ottenne così il patronato della cappella stessa.

b) La Susanna inginocchiata

Curiosamente B3, in quanto copia di B1, non presenta alcun accenno all’Assunzione di Maria o a qualsiasi altro motivo che potrebbe rimandare a un collegamenteo con le “donazioni” del Feminis, bensì l’immagine recentemente ridipinta ma sbiadita di Susanna che, minacciata dalle guardie, nella sua miseria si inginocchia sulla pietra e implora aiuto dal cielo.

Come si giustifica allora l’uso di quest’ultimo motivo, alla cui conservazione a Crana non si è data alcuna importanza?

Si potrebbe supporre che la rappresentazione dell’Assunzione di Maria sia sembrata troppo difficile al copista e che egli abbia preferito un’altra soluzione per lo sfondo. Tuttavia, anche se questo presupposto fosse vero, rimarrebbe da capire come mai sia stato scelto proprio questo tema. Santa Maria Maggiore e dintorni avrebbero sicuramente offerto sufficienti stimoli e motivi adeguati diversi.

La piccola e del tutto immotivata nuvola in mezzo al bordo superiore di B3 allude forse al fatto che anche qui si sarebbe dovuta successivamente collocare un’Assunta?

Lo spazio circostante al tema rappresentato acquista così importanza, e osservando B1 e B3 si nota che lo sfondo è percorso da uno stipite uguale in entrambi i quadri, il quale attira inevitabilmente l’attenzione dell’osservatore critico.

ad 4. Lo stipite sullo sfondo

Osservando B1, lo stipite sullo sfondo viene percepito come elemento disturbante, in quanto irrompe in linea retta e nella delicata e gioiosa riproduzione del gruppo dell’Assunzione, provocandovi una forte ombra. Nessuna delle opere note di Borgnis presenta una simile rottura della composizione complessiva.

Cosa significa la presenza di questo stipite, che si accompagna bene alla espressione ammonitoria del viso della figura rappresentata, ma non alla gioia dell’Assunzione? Si tratta forse di una caratteristica del luogo dove si trova la persona dipinta o di un accenno alla chiesa costruita grazie alla sua “donazione”? In entrambi i casi lo stipite rimane un corpo estraneo che disturba la composizione e la nuvola posta quasi a delimitazione dello stesso risulta strana più che artistica.

Diverso è l’effetto dello stipite in B3: qui non si riscontra l’elemento disturbante, fatta eccezione per l’accenno alla nuvola, probabilmente aggiunto in un momento successivo. L’atteggiamento serio e l’espressione severa della figura rappresentata e lo stipite con l’ombra scura e nitida, insieme con la Susanna che implora al cielo inginocchiata a terra, apportano armonia alla composizione complessiva.

Anche qui, come nel trattamento del primo piano in B1 e in B3, si nota come l’autore di B3 sia nel complesso artisticamente inferiore a quello di B1, ma migliore per quanto riguarda l’organizzazione dello sfondo. Si tratta quindi ancora di una palese contraddizione, che si può spiegare solo con l’innaturale aggiunta dell’Assunta in B1.

Se l’iscrizione e l’Assunta in B1 non appartengono all’opera originale, allora la questione dell’identità della persona rappresentata e quindi quella dell’origine del quadro stesso passano in primo piano.

La risposta a tali domande, però, non è più decisiva per il chiarimento del valore documentario di questo quadro in riferimento alla storia dell’acqua di Colonia, in quanto essa si limita alla “produzione” riguardante Feminis.

Basti qui nominare il dato di fatto oggi innegabile, che l’iscrizione con l’elogio al Feminis è falsa e risulta circa cento anni più “giovane” del quadro, come dimostrano i resti delle incrinature osservabili nella radiografia di B1 sotto la riorganizzazione del primo piano.

Considerato l’attuale stadio dell’analisi scientifica dei “quadri di Feminis”, argomento già brevemente accennato in questa trattazione, si possono trarre le seguenti conclusioni:

1.) Quello che fino a oggi è stato visto come “indiscusso ritratto originale” è senza dubbio un quadro manipolato.
2.) La supposizione che la persona rappresentata in B1, così come nelle copie di B1, sia Feminis non è in alcun modo dimostrata.
3.) La supposizione che Giuseppe Borgnis sia l’autore di B1 è falsa.
4.) La manipolazione di B1 e l’apposizione dell’iscrizione si sono verificate nel 19º secolo.
5.) Da dove vengono i “ritratti di Feminis”?

In virtù di queste considerazioni, la questione dell’origine dei cosiddetti ritratti di Feminis si svincola dalla designazione di un determinato autore, cioè Giuseppe Borgnis; della presunta persona rappresentata, cioè Feminis; dello stesso luogo di realizzazione, cioè Valle Vigezzo. Nè la figura riprodotta, nè le iscrizioni, nè la rappresentazione dell’Assunta possono costituire effettivi punti di riferimento per risalire alla provenienza di queste opere.

Gli unici indizi significativi per un’approfondita analisi dell’origine dei quadri sono i seguenti: queste opere sono state definite “ritratti di Feminis” tramite iscrizioni; queste ultime, a giudicare dai resti delle incrinature sulla tela, sono molto più recenti dei quadri e presentano caratteristiche posteriori di circa cento anni rispetto a quelle degli abiti e della pettinatura della persona rappresentata; perfino un’iscrizione porta la data 1833; un dei quadri presenta un motivo estraneo alle presunte “donazioni di Feminis”.

In base a queste considerazioni si può stabilire il periodo approssimativo del fatto in questione e la persona ad essa interessata, ovvero Jean Marie Joseph Farina (Parigi).

Nella residenza parigina di quest’ultimo si possono fare osservazioni molto interessanti riguardo al tema di Santa Susanna, ossia proprio il motivo estraneo alle presunte donazioni di Feminis.

Nella Rue Saint Honoré, vale a dire la strada di Parigi dove Jean Marie Joseph Farina si era stabilito, si trova la chiesa Saint Roch. La breve storia di questa chiesa, per quanto qui interessi, è la seguente. Nel 1521 un commerciante parigino di nome Jean Dinocheau fondò nel sobborgo di Saint Honoré, allora alle porte di Parigi, un piccola cappella, che fu dedicata a Santa Susanna. Nel 1577 Etienne Dinocheau, nipote del fondatore, trasformò la cappella in una chiesa spaziosa, che, in virtù delle usanze del tempo, ottenne Saint Roch come patrono. La chiesa diventò parrocchia nel 1629 e tra il 1653 e il 1740 fu ulteriormente ampliata. In questo periodo una cappella laterale fu dedicata a Santa Susanna, in ricordo delle origini della chiesa. Nella cappella un’antica finestra contrassegnata dall’anno 1710 richiama ancora oggi a questi cambiamenti e sopra l’altare un grande quadro rappresenta Santa Susanna minacciata dai suoi persecutori e inginocchiata sulla pietra nell’atto di implorare aiuto e forza dal cielo.

Chiesa di Saint Roch, Parigi

B3

Durante la rivoluzione francese la chiesa di Saint Roch si trovava proprio al centro dei disordini rivoluzionari. A quel tempo nella Rue Saint Honoré si trovavano i conventi dove avevano luogo gli incontri dei Giacobini e di altri gruppi rivoluzionari. Lungo questa strada passavano i carri su cui i giustizieri della Conciergerie trasportavano le sfortunate vittime della rivoluzione fino a Place de la Concorde. Nel vicino palazzo Tuilerein si riuniva il Convent e proprio davanti alla chiesa di Saint Roch l’allora Generale Napoleone Bonaparte nel 13° Vendémiaire dell’anno 4° della Rivoluzione annientò la rivolta dei Realisti contro il Convent.

Ancora oggi si possono osservare i segni dei proiettili sulla facciata della chiesa. Tuttavia non soltanto l’esterno, ma anche e soprattutto gli interni della chiesa furono teatro di disordini, proprio ai tempi del dominio della “dea della ragione”.

Dopo la rivoluzione si mise gradualmente riparo ai danni e anche la cappella di Santa Susanna fu ristrutturata. Il pittore Norblin la riprogettò e dipinse su tela l’attuale quadro commemorativo per Santa Susanna, che fu appeso al muro sopra l’altare al posto dell’antica rappresentazione. L’opera si estende in larghezza per 3,20 m e in altezza per 3,65 m.

Basta uno sguardo a questo quadro, dipinto su modello di quello antico, e uno allo stipite della grande finestra della cappella, che ne delimita il lato sinistro, per notare una concordanza così evidente col motivo rappresentato in B3, da rendere palesi le associazioni qui argomentate. In questo modo si spiega anche la presenza dello stipite in B1.

A questo proposito, se si considera in B1 l’evidente percorso orizzontale delle incrinature (che, tra l’altro, scompaiono proprio nella zona della rappresentazione dell’Assunta), si può affermare che l’opera sia stata in un secondo tempo arrotolata e maneggiata in modo poco appropriato: ciò, insieme al periodo della riorganizzazione di questo quadro, conferma il riferimento agli avvenimenti della Rivoluzione Francese, ai saccheggi delle chiese, alla distruzione dei dipinti e dei simboli di un’epoca “odiata”.

Nel periodo successivo ai grandi disordini, quando cominciarono i lavori di rstauro della chiesa di Saint Roch, il busto rappresentato in B1 è servito da modello per una copia, ossia B3. Quest’ultima doveva fungere come “elemento sostitutivo” della cappella di Santa Susanna, ma in realtà non fu più esposta nella chiesa. Jean Marie Joseph Farina entrò poi in possesso di entrambi i ritratti, ossia B1 e B3, e li fece “restaurare” a suo modo, o meglio, dotare di iscrizioni: pertanto la persona rappresentata, e cioè un membro della famiglia dei fondatori e benefattori della chiesa Saint Roch, quindi un Dinocheau, diventò un Feminis.

I due quadri non erano però sufficienti per i suoi scopi pubblicitari. Di conseguenza egli fece realizzare un nuovo ritratto su modello della figura rappresentata in B1 e B3, che, una volta esposta nella patria del Feminis, avrebbe ottenuto senz’altro un certo consenso. B2, ossia la sopraccitata nuova opera, non contiene alcun motivo sullo sfondo, ma è dotata di un’iscrizione armonicamente inserita nella sua struttura. Questo quadro divenne così modello della figura di Feminis impiegata da Jean Marie Joseph Farina a mezzo pubblicitario.

Cartellone pubblicitario di Jean Marie   quadro nella scuola di Crana,
Joseph Farina in cui compare il                 precedentemente sede del Comune: B2
quadro B2 (Parigi, 1818)